L'analisi

 

Il Ticino è un’isola rossocrociata che si rinnova

Vi ringrazio per l’invito a presentare brevemente i punti forti dalla nostra pubblicazione «Ticino, un cantone si rinnova». Si tratta di uno sforzo corale del team di Avenir Suisse, dedicato a un cantone che a un think tank di chiaro indirizzo federalista come il nostro sta molto a cuore. Purtroppo essendo limitate le nostre risorse (ad Avenir lavorano un po’ più di una ventina di persone) non sempre possiamo trattare le sfide che questa regione deve affrontare con la dovuta attenzione e profondità. Me ne rammarico, come se ne rammarica il nostro Direttore Peter Grünenfelder, che vi saluta calorosamente.

Preparando il nostro opuscolo abbiamo presto percepito come lo sguardo della Svizzera interna sul Ticino sia oramai annebbiato dall’evoluzione della politica cantonale negli ultimi 25 anni. Ricorderete forse il lungo articolo della rivista Bilanz che celebrava il Cantone come un laboratorio politico, tipico di quella «narrazione» evocata dall’On. Cassis nella sua intervista esclusiva:  avversa alle élite, anti-immigrazione e anti-globalizzazione – un laboratorio insomma che per un liberale come ricorda quello di Frankenstein. Del resto, viene da dubitare quanto lungimirante l’articolo fosse davvero: nel riquadro venivano elencate le personalità chiave del cantone, e vi apparivano quasi esclusivamente ultrasessantenni.

Ma questo era prima dell’elezione di Ignazio Cassis al Consiglio Federale, prima dell'apertura della Neat, prima del rilancio del settore turistico, prima della diminuzione della disoccupazione in Lombardia di ben 2% nello spazio di un anno. Noi pensiamo che a sud delle Alpi esista un angolo di Svizzera dall’indubbia forza creativa in piena trasformazione – sia sul piano economico, demografico che sociale. Ci sembrava venuto il momento di riconquistare il terreno perso con un messaggio più positivo.

Certo, il Ticino – anzi direi la politica ticinese - deve ancora affrontare realtà difficili. Un tema che tentiamo di «disinnescare» è quello, certamente non nuovo, del frontalierato. In riguardo all’ipotesi di sostituzione della manodopera residente con quella frontaliera, osserviamo semplicemente che la crescita dell’occupazione della popolazione residente nelle regioni di confine è stata simile a quella delle altre regioni. Negli ultimi vent’anni in Ticino il tasso di occupazione degli indigeni è salito di circa 3 punti percentuali, esattamente come nel resto del Paese. L’ipotesi secondo cui i frontalieri siano all’origine di una generalizzata pressione salariale nelle regioni di confine ci appare altrettanto dubbia. Tra il 2002 e il 2014 l’evoluzione dei salari del ticinese (con passaporto svizzero) e dello svizzero medio è stata pressoché identica, e questo – nota bene – nonostante la grave crisi della piazza finanziaria luganese. È un dato di fatto però che i salari in Ticino siano tutt’ora del 15 % circa al di sotto della media nazionale, ma lo erano già prima degli accordi bilaterali. Questo divario ha radici strutturali: ad esempio i ticinesi titolari di un diploma terziario (vale a dire universitario o rilasciato da una scuola universitaria professionale) sono più rari che nella media nazionale (29,7 % contro 34,4 % dei salariati).  Un’analisi completa del fenomeno dei «frontalieri» dovrebbe considerare anche il livello dei prezzi più basso determinato anche dai salari, ad esempio i prezzi più convenienti nella ristorazione, la vendita o nell’edilizia. Il potere d’acquisto della popolazione ticinese ne trae indubbio vantaggio.

Un altro articolo della nostra pubblicazione si occupa della migrazione interna. In tutte le annate di età inferiore ai 45 anni si registra un’emigrazione netta verso il resto della Svizzera, emigrazione spesso altamente qualificata. Si tratta però solo di un lato della medaglia: quest’emigrazione interna viene compensata da un’immigrazione netta di manodopera altamente qualificata verso il Ticino proveniente dall’estero. Il Ticino inoltre è, dopo GR, BS e SH, tra i cantoni con un tasso di natalità nettamente al di sotto della media. Il rischio quindi non è quello della sostituzione ma piuttosto della penuria di manodopera qualificata.

Bisognerebbe perciò meglio sfruttare meglio il potenziale femminile: la quota di donne attive risulta più bassa in Ticino rispetto al resto del paese (di circa 10 punti di percentuale per donne sposate con figli) –  nonostante il fatto che nella fascia di età tra i 25 e i 44 anni non ci sono praticamente differenze di formazione tra uomini e donne e che il livello di formazione terziario in Ticino sia molto elevato. Detto un po’ brutalmente: per la collettività, il ritorno su investimento della formazione terziaria femminile va migliorato.

L’economia del Canton Ticino vive per così dire fuori dagli schemi, essendo tutt’ora influenzata sia dall’andamento congiunturale dell’Italia Settentrionale che del resto della Svizzera. Già nel 2008 il Ticino aveva accusato duramente il contraccolpo della crisi finanziaria. Ad inizio 2015, la revoca del tasso di cambio minimo con l’Euro ha inciso in modo più marcato che in altri cantoni. Non stupisce quindi che l’economia ticinese sia scivolata in una recessione non soltanto nel 2008, bensì pure – a differenza del resto della Svizzera – nel 2015. Tra le crisi e dopo di esse l’economia ha però risollevato bene il capo, tanto che dal 2008 la crescita ha superato dell’1,5 % la media nazionale. Considerati i problemi istituzionali italiani, il Ticino può far valere il valore della sua piazza, attirando sul territorio aziende e impianti di produzione.

Il cambio di paradigma verso lo scambio automatico di informazioni ha ovviamente colpito in pieno il settore finanziario. Ma ciò non deve per forza decretare la fine della gestione patrimoniale in Ticino. È invece inconfutabile che negli ultimi anni il numero di addetti è regredito a ritmo più sostenuto rispetto al resto del Paese. Il Ticino deve anche far fronte a un protezionismo in crescita a livello internazionale nei confronti dei servizi finanziari provenienti dall’estero. Laddove l’UE ha preso delle disposizioni per i «Paesi terzi» esse risultano sfavorevoli per gli Stati non membri. La via bilaterale cozza contro le competenze europee nel settore finanziario. Un accordo binazionale di accesso al mercato è stato siglato soltanto con la Germania, mentre con Francia e Italia le trattative sono da tempo in stallo. Anzi, in seguito all’attuazione della MiFID varata nell’agosto 2017 dal Parlamento italiano le premesse sono ancora peggiori di prima.

Ma nonostante il ridimensionamento, il Ticino rimarrà la terza maggior piazza finanziaria della Svizzera. Sul suo fertile terreno attecchiscono anche nuovi progetti. Degni di nota sono i servizi alle imprese, che partecipano in misura di quasi la metà alla crescita del PIL degli ultimi anni. Il Ticino si sta posizionando anche come snodo del commercio all’ingrosso, ad esempio per le materie prime. Anche l’industria farmaceutica muove i primi, cauti passi avanti. Altri settori da considerare sono l’elettronica, e vieppiù l’informatica e la comunicazione. Dalla nostra analisi emerge il quadro di un’economia ticinese sorprendentemente poliedrica e basata per gran parte sulle PMI. Tale diversificazione permette di attutire gli shock esterni e ridurre i rapporti di dipendenza. In aggiunta, la trasformazione strutturale punta ai settori a maggior valore aggiunto, il che permette di guardare al futuro con un certo ottimismo.

L’industria farmaceutica ne è uscita vincente, con una quota attuale del 42 % all’export del cantone. Le relazioni commerciali con gli Stati Uniti sono state intensificate e anche verso i paesi EU il Ticino esporta tuttora il doppio rispetto al 1995. Lo smercio verso l’Italia rappresenta così solo il 17 %, a fronte del 39 % nel resto d’Europa.

Ecco, permettetemi di concludere questo brevissimo tour d’horizont con alcune considerazioni politiche. In qualità di isola rossocrociata in seno all’area linguistica italiana, il cantone ha tutto l’interesse a garantirsi un accesso stabile al mercato europeo, un mercato che ancora per generazioni rimarrà il nostro principale cliente e fornitore, una chiave importantissima del nostro benessere. Di conseguenza, dovrebbe impegnarsi in maniera inequivocabile in favore di un accordo con l’UE sull’erogazione di servizi finanziari. Certo, non sarebbe una panacea universale per tutti i mali del settore, ma porrebbe un chiaro freno alle tendenze protezionistiche dell’Italia. Il contratto quadro da stipularsi a monte costituirebbe un vantaggio aggiuntivo, rendendo applicabili alcuni provvedimenti. In ottica prospettica si tratterebbe anche di una strategia di copertura per i servizi alle imprese, sempre più richiesti. Se infatti venissero sottoposti a redgolamentazioni più ferree da parte dell’UE (ad es. la revisione dei conti), l’accesso al mercato sarebbe garantito almeno in questo settore. L’isolazionismo istituzionale e il regionalismo politico non aiuteranno il Ticino a progredire, anzi, ne acuiranno i problemi. Bisogna invece lanciarsi verso le nuove opportunità e coglierle con determinazione. Un primo passo potrebbe essere l’accordo istituzionale quadro con l’UE che sta trattando il nostro nuovo Consigliere Federale, On. Cassis. Un accordo ombrello che inglobasse tutti gli accordi bilaterali in essere e a venire potrebbe quindi schiudere nuove prospettive.

Marco Salvi, ricercatore di Avenir Suisse