La formazione

Il protezionismo non fa… scuola

Nel nostro Cantone si tende a combattere le conseguenze di scarse possibilità di occupazione per tutta una serie di persone con delle misure protezionistiche fondate su divieti e chiusure, nonché su facili, ma poco efficienti, proclami “primanostristi”. Eppure quando si cerca personale con precise competenze, nemmeno troppo alte, le nostre aziende, grandi o piccole, faticano parecchio a reperire persone con profili idonei. Pacifico che l’occupazione deve rimanere un obiettivo prioritario di uno Stato forte e impegnato a migliorare il benessere delle cittadine e dei cittadini, serve a poco cercare errori e colpevoli o ripiegarsi su piagnistei. Vanno invece individuate contromisure attive per adattare l’offerta alla domanda. 

In un mondo del lavoro trasformato e con una tecnologia che imprime ai cambiamenti ritmi impressionanti serve anzitutto un’attitudine positiva nei confronti delle necessarie riforme. I tempi vanno anticipati, non subiti. Le vere risposte non possono che venire dalla formazione a partire dalla scuola dell’obbligo per passare dalla formazione professionale a quella accademica e continua. Anche perché i menzionati ritmi dei cambiamenti in atto impongono di acquisire nuove competenze, di questi tempi anche digitali, attraverso una formazione che si protrae durante tutta la carriera lavorativa. 

La scuola dell’obbligo dovrà continuare a dare a tutti solide basi in quelle discipline sulle quali si costruisce tutto il resto: lingua madre, matematica, lingue seconde, scienze naturali e ora, a non averne dubbio, anche informatica. Dovrà essere il più possibile integrativa affinché tutti possano raggiungere quelle competenze minime necessarie per evitare esclusioni precoci dai successivi percorsi formativi. Ma nel contempo non potrà penalizzare, o anche solo annoiare, chi ha la fortuna di possedere una marcia in più nell’apprendimento. Anche perché poi nell’ambito delle scuole superiori e della formazione professionale o accademica è sempre più difficile fare sconti: a contare è soprattutto la qualità quale premessa, fra l’altro, per accedere al mondo del lavoro. 

La qualità e la quantità della formazione in generale e a tutti i livelli deve rimanere l’elemento centrale dell’interazione fra lo Stato, il mondo del lavoro e la società quale premessa, non solo per la crescita economica e la capacità concorrenziale di un Paese come la Svizzera, ma anche come valore che promuove l’autodeterminazione del singolo e la sua libertà fondata sull’indipendenza economica. Sfide importanti per una società veramente liberale che giustificano costi e investimenti maggiori nella formazione in generale e nel sostegno allo studio per garantire pari opportunità di partenza, ma anche sperimentazioni per individuare in tempo i cambiamenti che si impongono.

Lele Gendotti

Le semplici verità della formazione

Esperti da tutto il mondo visitavano la Finlandia per scoprire le scuole considerate le migliori, ora visitano la Svizzera. La Finlandia ha ottimi risultati nei test PISA (fatti ai quindicenni secondo gli standard OCSE), ma un’alta disoccupazione giovanile, minima invece in Svizzera. La formazione deve non solo rendere bravi nei test, ma anche inserire al lavoro. Da noi poi la metà degli allievi ha almeno un genitore non nato in Svizzera. Scontato questo handicap, i nostri risultati PISA sono brillanti. Due sono i segreti del nostro successo, i medesimi che hanno fatto la fortuna della Svizzera in altri settori: sussidiarietà e milizia. La sussidiarietà impone di decidere il meno possibile in modo centrale e unitario. La Svizzera non ha un sistema di formazione “nazionale”, ma sistemi diversi in un quadro coordinato quanto basta. La diversità favorisce l’adattabilità alle condizioni locali e l’innovazione continua. I contenuti sono definiti non da una burocrazia ministeriale, ma da ciascuna università per gli studi accademici e dalle organizzazioni del mondo del lavoro per la formazione professionale. Il tasso di maturità liceale è del 35% a Basilea, del 15% a San Gallo: altrove il Ministro interverrebbe a correggere la disuguaglianza, da noi va bene così. Per milizia si pensa al fare politica o all’assumere un comando militare senza essere un politico o un militare di professione. Ma il più straordinario esempio è l’apprendistato, il cui successo fonda sul fatto che non bisogna essere di professione insegnante per insegnare una professione. Paesi che vorrebbero imitare il nostro sistema duale (parte in azienda, parte a scuola) ne sono impediti dalla resistenza dei sindacati dei docenti che difendono il loro monopolio. Qualche giornalista di sinistra mi rinfaccia talvolta che il sistema duale costa meno allo Stato: e allora? Non solo siamo i migliori ma, pur pagando bene gli insegnanti, per spese della formazione in proporzione al PIL siamo nella media dei Paesi sviluppati (OCSE).    

Mauro Dell'Ambrogio