La socialità

Assistenza non significa assistenzialismo

 

In Ticino il numero di persone in assistenza si aggira attorno alle 8’000 unità, quindi circa il 2% della popolazione residente, una percentuale inferiore alla media nazionale. Di questi, i titolari – a differenza della disoccupazione, il numero delle persone in assistenza comprende tutte le persone appartenenti al nucleo familiare siano esse coniugi, conviventi o figli – sono poco più di 5’000. Il 20% di questi sono occupati a tempo parziale o su chiamata, ma hanno bisogno dell’assistenza per arrivare a fine mese. Circa un terzo non sono invece “occupabili”, per malattia (non riconosciuta dall’AI), cura dei famigliari o età avanzata. Resta poi il corpo centrale del 50% sul quale si concentrano le misure di inserimento professionale del Dipartimento finanze ed economia, o di inserimento sociale a cura del Dipartimento sanità e socialità. Sono quasi un migliaio le persone coinvolte in programmi di questo tipo. Il sistema dell’assistenza sociale è dinamico: sono infatti molte (tra 1’500 e 2’000) le entrate e uscite ogni anno. Tra le entrate, va segnalato come solo un quarto dei nuovi beneficiari di assistenza sociale, l’anno precedente beneficiava di indennità di disoccupazione. Spicca, fra queste persone, la mancanza di formazione: un interessante studio della SUPSI mostra come oltre la metà dei giovani in assistenza (55%) non ha conseguito alcun titolo di studio dopo la scuola media; pochissimi hanno iniziato una scuola medio-superiore e praticamente nessuno l’ha terminata. Vi è dunque un vuoto formativo. Tra chi esce dall’assistenza, invece, circa un terzo lo fa verso il mercato del lavoro e un terzo verso altre assicurazioni sociali (soprattutto AVS e AI); l’ultimo terzo lo fa invece per altre ragioni (cambiamento di domicilio, decesso, interruzione del contatto). L’assistenza costituisce dunque un sostegno al reddito per un migliaio di persone occupate e un’indispensabile strumento di sussistenza per quasi due migliaia di persone non collocabili. Per tutti gli altri l’obiettivo deve però essere quello di ridare speranza, opportunità e magari anche una formazione. Assistenza non può e non deve fare rima con assistenzialismo. Chiaro è che prima di tutto occorre fare in modo che le persone non ci arrivino, in assistenza. E qui è assolutamente prioritario lavorare sulla formazione. Ogni anno perdiamo dai radar qualche centinaio di giovani – che non raggiungono un diploma di secondario II – che rischiano e rischieranno di finire in assistenza: bisogna lavorare a livello di scuola dell’obbligo, di orientamento scolastico e professionale, di formazione continua, di certi cazione delle competenze e di riquali ca professionale. E, naturalmente, di Città dei mestieri, non solo per fornire un servizio rapido ed accessibile a tutti coloro che hanno bisogno di risposte sul mondo del lavoro o della formazione, ma anche per creare una piattaforma che permetta di unire diverse politiche pubbliche attuate anche da servizi o dipartimenti diversi.

 

Nicola Pini, vicepresidente PLR

Collaborazione istituzionale

Le prestazioni sociali di complemento rappresentano una delle quattro funzioni della sicurezza sociale. Sono suddivise in prestazioni che garantiscono il fabbisogno vitale e prestazioni che garantiscono una determinata spesa. Fra le prime annoveriamo: le prestazioni complementari AVS/AI, gli assegni familiari di complemento (assegno integrativo, AFI, e assegno di prima infanzia, API); le indennita? straordinarie per gli ex indipendenti, l’anticipo alimenti e le prestazioni assistenziali (la cosiddetta assistenza sociale). Fra le seconde annoveriamo: la riduzione dei premi nell’assicurazione malattia (ordinaria e per bene ciari PC) e gli aiuti allo studio. Le prestazioni sociali di complemento a garanzia del fabbisogno vitale rappresentano l’aiuto sociale in senso largo. I bene ciari in Ticino sono circa 50’000. L’assistenza sociale rappresenta invece l’aiuto sociale in senso stretto. Quando parliamo di assistenza sociale ci limitiamo a questo contesto. Dalle 8’106 persone, che compongono le 5’334 unita? di riferimento (UR), togliamo i 938 minorenni beneficiari di AFI e API (dati di gennaio).

I beneficiari di prestazione assistenziale sono quindi 7’168 e corrispondono al 2% della popolazione residente. Circa 3/4 delle unita? di riferimento sono persone sole e 3/4 dei beneficiari sono adulti. La gestione dei rischi sociali associati all’assistenza, pensiamo solo ai giovanissimi maggiorenni senza formazione secondaria, presuppone la promozione della collaborazione interistituzionale, fra formazione lavoro e sicurezza sociale, e un accompagnamento individualizzato e di prossimita?. A situazioni diverse approcci diversi, in particolare per chi e? giovane e non ha terminato la formazione e per chi lavora, non riuscendo con il proprio reddito a coprire le spese vincolate (working poor), o potrebbe o desidererebbe lavorare.

Carlo Marazza, già direttore dell’Istituto assicurazioni sociali