L'opinione

La ricerca è un mattone bilaterale

 

La discussione sugli accordi bilaterali tra Svizzera e UE si focalizza sull’accordo per la libera circolazione delle persone. Esso è uno di molti accordi con l’UE, tra loro legati direttamente (la disdetta dell’uno comporta la disdetta automatica di altri) o politicamente (la disdetta di uno può comportare per ritorsione la disdetta di altri). I Britannici hanno votato l’uscita dall’UE perché insoddisfatti dalla libera circolazione delle persone, ma ancora non hanno visto tutte le conseguenze: che potrebbero causare capovolgimenti d’opinione, mentre la sterlina ha già molto perso di valore. Tra gli accordi bilaterali direttamente legati a quello sulla libera circolazione delle persone vi è la partecipazione svizzera ai programmi europei per la ricerca e l’innovazione. In vigore da oltre un decennio, dopo il voto del 9 febbraio 2014 questa partecipazione è stata parziale, e dal 2017 salvata integralmente. L’avere toccato le conseguenze ha indotto il parlamento federale nel 2016 a un’applicazione del voto del 2014 che taluni definiscono un tradimento della volontà popolare (ma hanno rinunciato a contestarla con un referendum) e altri invece – io tra quelli – riteniamo essere stata una decisione saggia e a ragion veduta. 

I programmi europei per la ricerca e l’innovazione distribuiscono una dozzina di miliardi ogni anno ai progetti più promettenti, sulla base di concorsi aperti a ricercatori, istituti e aziende dei paesi membri e associati (Svizzera e Israele; la Gran Bretagna ha un grande interesse a restarvi come associata dopo il Brexit: vedremo cosa dovrà dare in cambio). I paesi associati pagano un contributo proporzionalmente al loro prodotto interno in aggiunta al budget dell’UE. E’ lo stesso meccanismo con cui il Cantone Ticino permette ai residenti a Campione d’Italia di fare capo al Liceo o all’Ospedale di Lugano alle stesse condizioni dei residenti in Ticino in cambio di un forfait annuo, senza stare a contare studenti, pazienti o gravità dei casi.Perché la Svizzera ha interesse a partecipare a questi programmi? I motivi sono almeno quattro. Comincio dal meno importante, anche se spesso più propagandato. Il ritorno finanziario è positivo. Paghiamo ogni anno mezzo miliardo per partecipare, e i nostri partecipanti che vincono i concorsi (ricercatori, università, aziende), siccome più qualificati e competitivi della media europea, ricevono seicento milioni, al netto dei costi per le valutazioni e l’amministrazione. Un bel guadagno rispetto a concorsi fatti su scala nazionale.

Più importante è però la possibilità di “entrare in cordata” con partner e con futuri clienti o fornitori in Europa. Un’azienda svizzera può ricevere contributi dall’UE per sviluppare, ad esempio, componenti nell’ambito di un consorzio di costruttori che vince il concorso europeo per lo sviluppo di un auto elettrica di nuovo tipo. Senza la partecipazione svizzera ai programmi, il consorzio farebbe capo – per quelle componenti – a un’azienda di un altro paese. La quale così, grazie a un prodotto sviluppato con altri, con i soldi dell’UE, butterebbe la concorrente svizzera fuori dal mercato.

I programmi europei non sostengono soltanto consorzi, ma anche singoli ricercatori con progetti promettenti, in particolare giovani. Più di 15 milioni sono arrivati in Ticino solo a questo titolo negli anni recenti. Ma i soldi contano meno di quel che significa vincere un tale concorso, per il prestigio e la carriera. Come nel calcio, l’aumento del valore di mercato dei calciatori è il maggior effetto di una vittoria. Quali dei migliori resterebbero al Real o al Barcellona, se le squadre spagnole fossero escluse dai tornei europei? Le nostre aziende e università hanno bisogno dei migliori. Per un giovane talento, anche Svizzero, la possibilità di partecipare o meno a un concorso europeo può essere decisiva per decidere se restare o partire. Ma il vantaggio forse maggiore è quello che, attraverso la selezione fatta da concorsi su scala più ampia, i soldi vanno dove vale la pena. Come fa una nazionale a sapere se investire più nelle discesiste o negli slalomisti, se essi non possono partecipare alle gare internazionali di sci? Sostenendo solo i primi cinque di ogni disciplina ai campionati nazionali non si va lontano. Immaginiamoci se, invece di un Fondo Nazionale, avessimo in Svizzera 26 fondi cantonali che finanziano la ricerca: la probabilità è alta che i soldi sarebbero distribuiti non ai progetti migliori, ma per accontentare un po’ tutti, o peggio. Si spiega così del resto che anche paesi europei con un ritorno negativo vogliono il sostegno alla ricerca attraverso programmi competitivi su scala UE: accettano di ricevere meno di quel che pagano, pur di essere certi che il sostegno vada ai loro migliori. 

Le attività di ricerca e sviluppo, pubbliche e private, sono essenziali per essere competitivi nei settori economici a maggiore valore aggiunto: farmaceutica, robotica, microtecnica, tecnologia medica, biotecnologie. Il Ticino è particolarmente interessato. L’handicap della distanza dai maggiori poli scientifici nazionali pesa più nei concorsi nazionali che in quelli europei. La SUPSI è la più piccola SUP svizzera, ma quella con i maggiori ricavi da progetti europei. Centinaia di posti di lavoro altamente qualificati presso SUPSI, USI, IRB, IOSI e parecchie imprese ticinesi sono stati e sono finanziati dai programmi europei. E – quel che più conta rispetto ad altre forme di sussidi pubblici - creano le premesse per posti di lavoro futuri. La caduta dell’accordo bilaterale per la ricerca sarebbe per noi – come paese tutto, e non solo per gli specialisti direttamente interessati - un sicuro e grosso danno. Altri accordi con l’UE, a cominciare da quelli vitali per la nostra industria d’esportazione (ostacoli tecnici al commercio) o per il turismo (visti Schengen agli asiatici) possono essere spiegati da persone più esperte di me. Chi vuole schierarsi pro o contro la disdetta dell’accordo di libera circolazione è bene s’informi sugli altri mattoni che cadrebbero dall’edificio.